«Sei er gefehmt, sei er gebannt!». Il destino degli oppressi e dei redenti, da Tannhäuser a Parsifal
Articolo
Data di Pubblicazione:
2022
Abstract:
Del Tannhäuser è invalsa una lettura di taglio simbolista, che interpreta la vicenda come una
lotta interiore fra «la carne e lo spirito», fra «Satana e Dio» (Baudelaire, 1861). Il saggio
pone invece in evidenza la matrice sociologica dell’opera e i suoi referenti storici, sulla scorta
degli originari paratesti veicolati dal compositore. Nella prima edizione del libretto (1845),
Wagner spiegava come la dea germanica Holda, «dolce e misericordiosa», fosse stata
costretta all’esilio, a seguito dell’egemonia del cristianesimo; dimenticata da tutti, prese il
nome di Venere e per sopravvivere allo stigma si fece padrona (in realtà schiava) di un paradiso
artificiale. Tannhäuser diventa così una riflessione a tutto tondo sui rapporti di potere, sulla
dialettica tra singolo e comunità, sul confine che separa le vittime dai carnefici. L’analisi della
drammaturgia, connessa alle tesi degli scritti zurighesi, fa emergere il senso sociopolitico
della redenzione, che Wagner declina con accenti diversi: in origine, la morte d’amore era
concepita come “salus extra ecclesiam”, fuga solitaria dall’oppressione della legge; nel nuovo
finale, scritto nel 1847, l’eroe morente si ritrova circondato dai cavalieri e dal langravio, in una
scena di massa simile a un rito sacrificale, che riafferma l’ordine costituito. Tali dinamiche
vengono poi indagate nel Tristan e nel Parsifal, al fine di mostrare l’evoluzione del pensiero
wagneriano e l’ambiguità dei suoi approdi. Se in Isotta rivivono le doti primaverili della
dea Holda e l’utopia di una sintesi fra le scissioni dell’umano, nel dramma sacro non c’è
più spazio per donne redentrici: la salvezza è tutta al maschile e il mistico canto del Graal
rischia di apparire come un esorcismo, emblema di un potere immutabile ed escludente. La
comunità degli eletti vivrà in eterno, forte dei propri riti, mentre Kundry non riesce a reggere
lo sguardo e soccombe. Da che parte sta la ragione? Chi “vince” e chi “perde” nello schema
del racconto? Un’analisi comparata del finale del Parsifal, nei suoi nessi intertestuali con i precedenti drammi, offre la chiave di una possibile esegesi.
lotta interiore fra «la carne e lo spirito», fra «Satana e Dio» (Baudelaire, 1861). Il saggio
pone invece in evidenza la matrice sociologica dell’opera e i suoi referenti storici, sulla scorta
degli originari paratesti veicolati dal compositore. Nella prima edizione del libretto (1845),
Wagner spiegava come la dea germanica Holda, «dolce e misericordiosa», fosse stata
costretta all’esilio, a seguito dell’egemonia del cristianesimo; dimenticata da tutti, prese il
nome di Venere e per sopravvivere allo stigma si fece padrona (in realtà schiava) di un paradiso
artificiale. Tannhäuser diventa così una riflessione a tutto tondo sui rapporti di potere, sulla
dialettica tra singolo e comunità, sul confine che separa le vittime dai carnefici. L’analisi della
drammaturgia, connessa alle tesi degli scritti zurighesi, fa emergere il senso sociopolitico
della redenzione, che Wagner declina con accenti diversi: in origine, la morte d’amore era
concepita come “salus extra ecclesiam”, fuga solitaria dall’oppressione della legge; nel nuovo
finale, scritto nel 1847, l’eroe morente si ritrova circondato dai cavalieri e dal langravio, in una
scena di massa simile a un rito sacrificale, che riafferma l’ordine costituito. Tali dinamiche
vengono poi indagate nel Tristan e nel Parsifal, al fine di mostrare l’evoluzione del pensiero
wagneriano e l’ambiguità dei suoi approdi. Se in Isotta rivivono le doti primaverili della
dea Holda e l’utopia di una sintesi fra le scissioni dell’umano, nel dramma sacro non c’è
più spazio per donne redentrici: la salvezza è tutta al maschile e il mistico canto del Graal
rischia di apparire come un esorcismo, emblema di un potere immutabile ed escludente. La
comunità degli eletti vivrà in eterno, forte dei propri riti, mentre Kundry non riesce a reggere
lo sguardo e soccombe. Da che parte sta la ragione? Chi “vince” e chi “perde” nello schema
del racconto? Un’analisi comparata del finale del Parsifal, nei suoi nessi intertestuali con i precedenti drammi, offre la chiave di una possibile esegesi.
Tipologia CRIS:
1.1 Articolo in rivista
Keywords:
Richard Wagner, Musica e potere, Drammaturgia musicale, Fonti librettistiche
Elenco autori:
Fontanelli, Francesco
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